La supplementazione di proteine in soggetti che svolgono attività sportiva è un argomento piuttosto dibattuto e, di fatto, esistono pareri contrastanti riguardo all'utilizzo di questi nutrienti. Recentemente però l'International Society of Sport nutrition ha redatto in maniera chiara e comprovata scientificamente sette punti fondamentali per orientare l'utilizzo delle proteine nella dieta dell'atleta.
Le persone che svolgono una vita sportiva attiva hanno richieste energetiche e plastiche decisamente differenti dai soggetti sedentari. Sebbene l'RDA (reccommended dietary allowance, ovvero il quantitativo consigliato da assumere nella dieta) delle proteine è fissato a 0,8g/Kg al giorno, per chi pratica attività sportiva questo quantitativo spesso non è sufficiente a riparare efficacemente il tessuto muscolare e ad evitare il catabolismo della massa magra.
Indicazioni di assunzione giornaliera
Dopo il "Text book of work physiology" (1986) di Astrand e Rodhal, un altro importante studio (Lemmon: "do athletes need more dietary proteins and amino acids'" 1995 Int. J Sport Nutr.) ha individuato un' assunzione adeguata di proteine per lo sportivo di 1,2-2g/kg/die di proteine, a seconda della tipologia di attività svolta e della sua intensità. All'interno di questo range il fabbisogno varia in relazione alla biodisponibilità delle proteine, l'assunzione di carboidrati e il momento dell'assunzione. L'ISSN, allineandosi agli studi sopracitati, consiglia un' assunzione di 1,4g/kg/die per chi svolge attività di tipo aerobico, 1,7g/kg/die per attività a componente mista e 2g/kg/die per gli sport di forza e di potenza.
Sicurezza e adattamento al carico atletico
Non ci sono studi che dimostrino che un'assunzione superiore all' RDA di proteine, su soggetti sani che svolgano attività sportiva, possa generare effetti indesiderati; d'altra parte ci sono diverse testimonianze che uno scarso apporto proteico possa ridurre sensibilmente l'adattamento all'allenamento.
L'integrazione di proteine
Oltre che con gli alimenti tradizionali (carne, uova, legumi, pesce...), si può arrivare all'intake proteico ottimale usando integratori di proteine in polvere; le fonti proteiche possono essere diverse: soia, latte, uovo, ecc... tutte hanno la principale caratteristica di essere conservabili a lungo. Un altro vantaggio dell'assunzione di proteine in polvere è senz'altro la maggiore biodisponibilità e l'alta digeribilità. Inoltre, le proteine con basso contenuto di lattosio possono essere assunte anche da chi è intollerante a questo nutriente, e l'eventuale associazione con quantità variabili di altri macronutrienti (carboidrati e grassi) può rendere il prodotto utile a diverse necessità.
In definitiva, associare uno stile alimentare adeguato ad una corretta integrazione alimentare è "conditio sine qua non" per aumentare la performance agonistica ed allenante.
(da www.ethicsport.it)
Dr. Vincenzo Cosimato
Biologo Nutrizionista

Plantfusion Cacao è un integratore proteico a base amminoacidi essenziali derivati da vegetali che garantiscono un contributo al soddisfacimento del fabbisogno proteico-azotato.
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proteine isolate dal Pisello (Pisum sativum L.) semen 23400 mg, polvere di semi germinati di: Amaranto (Amaranthus caudatus L.) semen 300mg, Quinoa (Chenopodium quinoa Willd) semen 300mg; proteine dal Carciofo (Cynara scolimus L.) capitula 300mg.Tenore di altri ingredienti
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La demenza è una sindrome clinica caratterizzata da deficit delle funzioni cognitive, come la memoria, il linguaggio, le prassie, la gnosia ed esecutive,cioè le funzioni corticali superiori deputate al controllo ed alla pianificazione del comportamento (in pratica quell’insieme di processi mentali “necessari per elaborare gli schemi comportamentali adattivi quando siamo in presenza di situazioni ambientali nuove e impegnative) e, frequentemente, da disturbi psicologici.
Esistono diverse forme di demenza, che si distinguono in base alla progressione reversibile o irreversibile della malattia (Tabella 1).
TABELLA 1. Classificazione delle Demenze
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Demenze potenzialmente reversibili |
Demenze irreversibili |
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Ematoma subdurale cronico traumatico, idrocefalo normoteso, deficit vitaminici (vit. B12 , vit.E), Infezioni (HIV, malattia di Lyme, meningite tubercolare e fungina), neoplasie primitive e secondarie dell’encefalo, malattie endocrine (ipo -ipertiroidismo, S. di Cushing, M. di Addison, iperparatiroidismo, abuso etilico, s. depressiva, apnea notturna, la s. da privazione cronica di sonno, l’ipercapnia/ipossiemia cronica, M. Parkinson.
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a) Forme primarie: Demenza di Alzhaimer, Fronto-temporale, a corpi di Lewy; b) Forme secondarie: demenza vascolare.
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Le forme reversibili sono meno frequenti: i deficit neurologici, in questo caso, sono secondari a malattie o disturbi a carico di altri organi o apparati. Il trattamento adeguato e tempestivo di queste cause determina di conseguenza anche la regressione del quadro di deterioramento.
La maggior parte delle demenze è di tipo irreversibile. Queste si distinguono in forme primarie e secondarie.
Le forme primarie sono di tipo cronico neurodegenerativo ed includono la demenza di Alzheimer, quella Fronto-Temporale e quella a Corpi di Lewy.
Fra le forme secondarie la più frequente è quella Vascolare, determinata da un’alterazione della circolazione sanguigna cerebrale con conseguente deficit di apporto di ossigeno e sostanze nutritive alle cellule neuronali, in seguito ad eventi acuti, come un ictus o un'emorragia cerebrale, o a patologie croniche, come l'aterosclerosi.
Le demenze sono oggi un problema rilevante di sanità pubblica poiché:
A testimonianza della consapevolezza della complessità della situazione, accanto all’impegno dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che da qualche anno ha inserito i disturbi neurologici tra le priorità della sua agenda globale (Le demenze sono state definite secondo il Rapporto OMS e ADI del 2012 "una priorità mondiale di salute pubblica"), anche l’Unione e la Commissione Europea hanno posto il tema specifico delle demenze al centro delle attività di ricerca e di azione congiunta che vengono promosse e sostenute negli Stati Membri .
Il maggior fattore di rischio associato all'insorgenza delle demenze è l'età ( l'Italia è uno dei paesi con la più alta presenza di soggetti anziani). In Europa i tassi di incidenza per demenza variano dal 2.4 per 1000 anni persona nella fascia d'età 65-69 anni fino al 40,1 per 1000 anni persona in quella maggiore di 90 anni nella popolazione maschile e dal 2,5 all' 81,7 rispettivamente nella popolazione femminile.
Nei soli Paesi dell’Unione Europea le stime più attendibili prevedono che nel 2020 saranno circa 15 milioni le persone affette da demenza, con una maggiore prevalenza del sesso femminile (più del doppio).
La demenza di Alzheimer (DA) rappresenta il 54% di tutte le demenze con una prevalenza nella popolazione ultra sessantacinquenne del 4,4%.
Le cause che portano allo sviluppo della DA sono molteplici ed ancora non completamente chiarite. La patologia è probabilmente correlata con la presenza nei tessuti cerebrali di depositi di sostanze anomale come la beta amiloide e la proteina Tau. La beta amiloide e le sue forme variamente aggregate si accumulano nel tessuto cerebrale a causa, verosimilmente, sia per eccesso di produzione della proteina precursore (APP), sia per difetto di clearance dei prodotti di degradazione. L’ amiloide tende a depositarsi in aggregati extracellulari sulla membrana dei neuroni danneggiandoli irreversibilmente. Queste sostanze in eccesso sono dunque tossiche per i neuroni e contribuiscono, inoltre, a rendere il tessuto nervoso più suscettibile ad ulteriori danni derivanti per esempio dalla ipo-ossigenazione, dal ridotto afflusso di sangue e nutrienti, dal l’esposizione a radicali liberi ed a neurotossine in genere. Dal punto di vista biologico si determina una progressiva atrofia dei tessuti cerebrali per morte delle cellule neuronali. (Figura 1)
FIG.1
Questo processo avviene normalmente anche nel soggetto anziano in buone condizioni cliniche, ma nella DA l'atrofia è più marcata ed a più rapida diffusione.
Solo in rarissimi casi la DA è di tipo ereditario. Nel mondo si conoscono un centinaio di famiglie affette dalla malattia.
Questa forma, che si sviluppa prevalentemente nella fase pre-senile (33-65 anni), si manifesta in tutte le generazioni della famiglia affetta. In questi casi lo sviluppo della patologia sembra legato alla mutazione di alcuni geni che provocano la produzione di alcune proteine patogene (Presenilina 1 e 2; APP: Proteina Precursore dell'Amiloide).
L'evoluzione dei sintomi nella DA segue un gradiente gerarchico con interessamento progressivo delle funzioni cognitive, dalle complesse alle più semplici. La malattia inizia generalmente con un MCI, Mild Cognitive Impairment ovvero un leggero deficit di diverse funzioni cognitive come memoria, orientamento e capacità verbali. E’ importante sottolineare che un MCI è comunque frequente nella popolazione anziana e di per sé non è necessariamente indicativo di demenza incipiente.
Nella DA possono essere in primis compromesse le capacità di apprendimento di nuove conoscenze, le competenze lavorative e le attività socialmente complesse.
Con il progredire della malattia, la persona non è più in grado di svolgere le attività di base della vita quotidiana quali, ad esempio, l'igiene personale e l'alimentazione.
Nelle fasi avanzate sono intaccate le capacità motorie come la deambulazione e la deglutizione.
La durata media della malattia è di 10-15 anni e la morte nella maggior parte dei casi è dovuta all'insorgenza di altre patologie, alle complicanze dell'allettamento ed all'aggravarsi delle condizioni cliniche generali. Stati di depressione, ansia, cambiamenti della personalità, irritabilità, sono tutti disturbi che accompagnano il progredire della demenza, e si manifestano nel 90% dei pazienti. In particolare si è visto che almeno nel 40-50% delle demenze si manifesta anche una forma depressiva, condizione che accelera la perdita di autonomia.
La demenza vascolare è probabilmente la seconda causa di demenza più comune dopo la DA. La maggior parte di questi pazienti è ad elevato rischio per ictus per la presenza di fattori di rischio come ipertensione arteriosa , diabete mellito, malattia occlusiva delle coronarie o di vasi periferici, cardiopatia ischemica, iperlipidemia . In anamnesi spesso figurano episodi di attacchi ischemici transitori o di deficit neurologici acuti (ictus).
Possono svilupparsi diversi quadri clinici:
Il deterioramento cognitivo nella demenza vascolare, a differenza della DA, è meno uniforme ed alcune funzioni cognitive possono essere completamente intatte. I deficit neurologici focali, spesso asimmetrici (p. es., debolezza, anestesie, iper-reflessia, segno di Babinski, difetti del campo visivo, paralisi pseudobulbare, incontinenza) si manifestano più precocemente nel decorso della demenza vascolare che nella DA.
La diagnosi di DA (tabella 2) è posta quasi sempre "per esclusione", cioè verificando l’ assenza di altre cause che possano spiegare l'insorgenza della malattia, ed attraverso un insieme di dati clinico-strumentali con un grado di attendibilità è molto elevato (85-90%) .Le tecniche di neuro-imaging, come la TC (tomografia computerizzata) e la RMN (Risonanza Magnetica Nucleare), offrono oggi un contributo significativo alla diagnosi anche se la certezza diagnostica è di fatto raggiungibile attraverso una biopsia cerebrale effettuata in vivo o post-mortem. L’esame dei tessuti cerebrali dei malati permette, infatti, di evidenziare la presenza di placche senili e “tangles” neurofibrillari che sembra si accumulino per anni prima dell’apparizione dei sintomi, coinvolgendo le differenti strutture cerebrali in successivi periodi di degenerazione, con una progressione che coinvolge inizialmente le cortecce trans-entorinale ed entorinale, successivamente l’ippocampo e solo alla fine la neocorteccia . La demenza sembra essere presente quasi certamente quando i “tangles” e le placche senili si sviluppano nelle aree associative corticali.
Il medico di medicina generale rappresenta la figura professionale “centrale” nel percorso diagnostico-terapeutico in un paziente con sospetta DA. Il MMG è determinante in tutte le fasi assistenziali della malattia, dalla raccolta dei primi dati clinici e bio-strumentali (valutazione neuropsicologica,esami di laboratorio ,TC- RMN cerebrale), alla valutazione dei test valutativi, alla definizione e gestione dei trattamenti farmacologici e non farmacologici. Il ricorso ai servizi specialistici è necessario in molti casi per la ricerca di un’eventuale causa trattabile, la necessità di definire la diagnosi, la necessità di studiare una possibile ipotesi genetica,lo sviluppo di un deterioramento rapido del paziente, la presenza di una comorbilità psichiatrica o internistica, l’insorgenza della malattia in un’età inferiore a 60 anni, la possibile esposizione professionale a metalli pesanti, la presenza di disturbi severi del comportamento.
Ad oggi non esistono esami specifici e sensibili per determinare in modo certo la probabilità di sviluppare questa malattia. Da molti anni si sta cercando di definire la cosiddetta "fase preclinica" della demenza di Alzheimer. Il tentativo nasce dall'esigenza di migliorare le conoscenze sulle caratteristiche della demenza per definire possibili strategie terapeutiche preventive. Il concetto di “Mild Cognitive Impairment” (MCI) è stato introdotto per definire la fase di transizione tra l’invecchiamento normale e la demenza. Si riferisce a una popolazione di soggetti anziani che non presentano significative turbe nel vivere quotidiano, ma che hanno un deficit cognitivo subclinico e isolato e sono potenzialmente a rischio di sviluppare la Malattia di Alzheimer . L’ipotesi teorica alla base di ciò è che i soggetti che hanno sviluppato demenza hanno attraversato, in precedenza, una fase di compromissione cognitiva lieve caratterizzata dalla compromissione di una singola area cognitiva, molto probabilmente la memoria . Purtroppo le caratteristiche riconosciute come proprie di questa entità sono ancora poco chiare e la conversione del MCI in demenza è controversa. Accanto ai soggetti con MCI che sviluppano la malattia, infatti, ve ne sono altri che rimangono stabili ed in circa il 30% dei casi si è osservata una regressione dei sintomi. Il tasso di conversione in demenza o il tempo di permanenza nella condizione di lieve declino cognitivo dipendono dall’interazione di numerosi fattori come la presenza di componenti genetiche predisponenti, di comorbidità, di fattori ambientali facilitanti, ma anche di una personale “riserva cognitiva” che ogni individuo ha accumulato nella propria vita attraverso l’esperienza.
Fatta eccezione per le forme potenzialmente reversibili, al momento attuale non esistono terapie capaci di guarire la demenza. Attualmente la disponibilità di terapie specifiche approvate è limitata alla demenza di Alzheimer .Obiettivo principale dei trattamenti, farmacologici e non farmacologici, è rallentare la progressione della malattia e correggerne i sintomi. I trattamenti farmacologici si basano sostanziamente sulla stimolazione neurotrasmettitoriale e sull’identificazione di composti inibitori degli aggregati proteici. Le forme di demenza sono alcune decine tuttavia la disponibilità di terapie specifiche approvate è limitata ùalla demenza di Alzheimer .
-Farmaci che aumentano i livelli di neurotrasmettitori ridotti dalla malattia
• AChEI
- Farmaci che interferiscono con la cascata di amiloide
• AChEI?
• Antiinfiammatori?
• Statine
• Anticorpi monoclonali anti-beta amiloide (solanezumab, bapineuzumab)
• Modulatori gamma secretasi
- Farmaci che interferiscono con i meccanismi di patogenesi-secondaria
• Memantina
• Antiinfiammatori
• Antiossidanti
Gli inibitori dell’ acetilcolinesterasi (tacrina, donepezil, rivastigmina e galantamina) e la memantina ,molecola antagonista di un sottotipo dei recettori del glutammato, i recettori NMDa,implicati nella catena patogenetica della deposizione di sostanza amiloide , sono i farmaci di prima scelta nel trattamento della DA. I due farmaci hanno meccanismi d’azione distinti e potenzialmente sinergici senza che vi sia un potenziamento degli effetti collaterali. I dati della letteratura, anche quelli più critici, mostrano che una percentuale variabile, ma comunque significativa di pazienti risponde al trattamento con un miglioramento delle prestazioni cognitive e con una stabilizzazione delle stesse, mentre sono per ora riportati risultati negativi per quel che riguarda le forme di decadimento cognitivo lieve (MCI).Uno dei motivi potrebbe essere correlato al fatto che di norma la terapia inizia solo dopo la manifestazione dei sintomi clinici della malattia (che ancora oggi costituiscono la base più comune per effettuare la diagnosi) e quando già si sono verificati i danni neuronali. Sono state pubblicate delle guidelines basate sull’evidenza (in particolare sull’esperienza USA) allo scopo di ottimizzare l’intervento sui pazienti in stadi diversi di malattia. Secondo le Linee Guida, inoltre, il trattamento farmacologico dovrebbe essere condotto fino alla scomparsa di significative interazioni sociali del paziente ed all’irreversibile deterioramento della qualità della vita dello stesso. In ogni caso, prima di un trattamento farmacologico è molto importante intervenire sulla qualità della vita del paziente per cercare di rimuovere tutte le condizioni, anche ambientali, che possono aumentarne lo stato di depressione e di disturbo psichico. L’Organizzazione mondiale della sanità, molti medici e le associazioni dei malati concordano infatti sul fatto che l’effetto principale delle demenze, prima ancora che neurologico, sia quello di alterare la qualità della vita del paziente e della sua famiglia.
FITOTERAPIA e TERAPIA NUTRIZIONALE
Il trattamento farmacologico fornisce, spesso, solo modesti e transitori benefici senza modificare significativamente la progressione della patologia e sono talora mal tollerati. Le medicine complementari possono offrire un prezioso contributo . Il trattamento della demenza con rimedi di fitoterapia non si contrappone nè sostituisce le linee guida della medicina convenzionale, ma al contrario, essi stabiliscono con esse una virtuosa sinergia ed una straordinaria opportunità anche a livello di prevenzione.
Una ricerca condotta dal National Prescribing Service (NPS) australiano ha evidenziato che circa la metà dei consumatori intervistati non dichiara l’uso di medicine complementari al proprio medico curante. Allo stesso modo, solo la metà dei medici di medicina generale (MMG) chiede ai propri pazienti informazioni relative all’uso di terapie complementari. Inoltre, molti MMG e farmacisti non conoscono né gli effetti avversi associati all’uso delle più comuni medicine complementari né le loro potenziali interazioni con i farmaci convenzionali .E’ importante, quindi, la raccomandazione che i fitoterapici siano utilizzati con le stesse precauzioni di qualsiasi altro tipo di farmaco, e sempre su consiglio di un erborista qualificato, un medico erborista o un naturopata esperti in questo tipo di trattamento.
FITOFARMACI
Ginkgo biloba
Pianta indigena di Corea, Giappone e Cina, utilizzata da secoli dalla Medicina Tradizionale Cinese.Le foglie del Ginkgo Bilobacontengono alcuni importanti principi attivi, come flavonoidi, bioflavonoidi e catechine che sono in grado di migliorare l'irrorazione dei tessuti cerebrali, diminuire la permeabilità capillare e catturare i radicali liberi. I polifenoli contenuti nel Ginkgo Biloba, inoltre, svolgono un'azione antiossidante che aiuta a prevenire l'invecchiamento. In modelli sperimentali è stata documentata una ridotta deposizione di proteina beta-amiloide nei tessuti cerebrali. I ginkgolipidi B inibiscono, inoltre, l'aggregazione delle piastrine.
Alcune evidenze mostrano che il ginko biloba determina un modesto miglioramento dei sintomi legati alla malattia di Alzheimer ed alla demenza vascolare o mista. In particolare, lo studio IPSEN GuidAge ,il più ampio e rigoroso studio clinico europeo, randomizzato e controllato con placebo in doppio cieco, condotto in Francia per un periodo di follow up di 5 anni , su 2854 pazienti di età ≥70 anni arruolati con problemi di memoria (Neurology 2006;IPSEN report, 2010;The Lancet Neurology,2012), ha evidenziato una tendenza favorevole per ginko boloba vs placebo alla riduzione della progressione della malattia di Alzheimer in soggetti trattati per almeno 4 anni (1.6% versus 3.0% in the placebo group, p=0.03) e soprattutto nei soggetti di sesso maschile (2.9% versus 7.0% in the placebo group, p=0.007). Secondo gli autori dello studio, la differenza tra i risultati da loro ottenuti e quelli riportati negli studi precedenti è da attribuire ad una diversa compliance dei pazienti. In uno studio di prevenzione sulla demenza, Amieva et al (2013, PLOS; 3612 partecipanti ultra 65 enni non dementi- Follow up 20 anni , in trattamento con gingko -589 pz, piracetam -149pz o placebo – 2874 pz) hanno verificato che I soggetti in trattamento con gingko biloba declinano meno rapidamente di quelli non in trattamento, mentre il gruppo in piracetam declina più rapidamente, anche in test di memoria e fluenza verbale.
In Italia l'estratto secco di Ginkgo biloba è venduto come integratore e sono presenti in commercio prodotti di buona qualità . E’ consigliabile assumere un estratto secco standardizzato titolato al 24% in ginkgoflavonoidi e 7% in terpeni. Il dosaggio raccomandato è 240 mg al dì.
Gli effetti avversi del ginkgo possono includere cefalea, nausea, disturbi gastrointestinali, vertigini , reazioni allergiche cutanee. Sono state occasionalmente riportate reazioni allergiche di grado severo. Alcuni case report indicano un possibile rischio emorragico per cui i prodotti a base di ginkgo dovrebbero essere utilizzati con cautela nei pazienti in trattamento con aspirina, warfarin o altri farmaci anticoagulanti o antiaggreganti piastrinici ed in quelli con disturbi emorragici e sospesi temporaneamente nei soggetti che devono essere sottoposti ad interventi chirurgici o a procedure dentali .
Bacopa monnieri
La pianta di Bacopa Monnieri è originaria dell’India dove viene utilizzata da più di 3000 anni. Deve il proprio nome a Brahman che significa “coscienza pura” per il suo potere di placare la mente e favorire la meditazione. I principi attivi più abbondanti sono delle saponine fra cui i bacosidi A e B. Nel modello animale essi esercitano attività antiossidante nell'ippocampo , nella corteccia frontale e nello striato ed attività antinfiammatoria grazie all'inibizione della sintesi di prostaglandine e alla stabilizzazione delle membrane lisosomiali.Sembra, inoltre, che i bacosidi aiutino a riparare i danni neuronali attraverso la stimolazione di una kinasi, enzima cerebrale coinvolto nella formazione di nuovi elementi neuronali, che sostituendosi a quelli danneggiati favorirebbero i processi di memorizzazione. L'estratto di Bacopa modula, inoltre, l'espressione di enzimi coinvolti nella generazione e nello scavenging di specie reattive dell'ossigeno nel cervello per cui eserciterebbe un effetto protettivo contro il danneggiamento ossidativo del DNA negli astrociti.I bacosidi, infine, potenzierebbero alcuni recettori neuronali mettendoli in grado di supplire alle sinapsi danneggiate. La Bacopa Monnieri è nota in campo fitomedicale per la sua capacità di sviluppare le funzioni cerebrali, migliorare la capacità di apprendimento, la concentrazione e la memoria.
Diversi studi fatti su volontari anziani che hanno assunto Bacopa Monnieri hanno dimostrato un miglioramento dell’ attenzione e dell’ elaborazione delle informazioni verbali. In una recente revisione, condotta su 7 trial clinici, è stato osservato un significativo miglioramento della funzionalità cognitiva in individui sani trattati con estratti di bacopa (Stough, 2011). Un recente studio in aperto, nel quale 5 pazienti con malattia di Alzheimer sono stati trattati con 300 mg di estratto di bacopa per 6 mesi, ha evidenziato un miglioramento in 4 pazienti nel punteggio del Mini Mental State Examination ed un miglioramento nell’Alzheimer’s Disease Assessment Scale in 3 di essi. Dagli studi fatti fino ad ora sui preparati in compresse non risultano particolari effetti collaterali. E’ possibile ottenere effetti sinergici , anche per altre situazioni cliniche, somministrando Bacopa in associazione a:
Ginseng Indiano
La Withania somnifera, anche nota come Ashwagandha o ginseng indiano, è una pianta appartenente alla famiglia delle Solanacee, la stessa famiglia del pomodoro, della melanzana, della belladonna, del tabacco e della patata.In vitro alcuni principi attivi detti withanolidi sono stati in grado di rigenerare assoni, dendriti e sinapsi, e nel topo di migliorare la memoria, ripristinare le sinapsi e ridurre l’atrofia cerebrale. Non vi sono ad oggi studi di rilievo su pazienti con declino cognitivo e DA. Uno studio sullo stress ha dimostrato che il ginseng indiano è efficace nel ridurre i sintomi da stress, inclusi deficit di memoria e di concentrazione, alla dose di 500 mg/die (Auddy et al, 2008). Il farmaco, alle dosi somministrate e per brevi periodi di tempo, è risultato ben tollerato
Ginseng asiatico-Panax ginseng
E’ una specie appartenente alla famiglia delle Araliaceae ed è una droga ampiamente utilizzata nella medicina cinese. Il nome ginseng deriva dalla parola cinese "rensheng" che significa uomo, scelta con tutta probabilità per sottolineare la struttura antropomorfa della radice. Considerato un rimedio quasi universale, il ginseng veniva usato soprattutto contro l’invecchiamento, i disturbi gastrointestinali e come preparato afrodisiaco e rivitalizzante. Il ginsenoside G3 diminuisce la b-amiloide dell’84% in vitro e del 31% in vivo, negli studi animali. Esistono in letteratura pochi gli studi pubblicati e molti limitati da grossi difetti metodologici (reviews: Vogel et al, 1999; Lee et al, 2008). Lee et al (J Alzh Dis Assoc Disord, 2009) hanno condotto uno studio clinico su 58 pz con AD ( 4,5 mg ginseng vs placebo) della durata di 12 settimane. I soggetti trattati con ginseng hanno presentato dei miglioramenti rispetto a quelli trattati con placebo. Dopo 12 settimane di wash out i soggetti precedentemente trattati con ginseng presentavano declino dei parametri neurologici fino al livello dei non trattati. Il farmaco, alle dosi somministrate e per brevi periodi di tempo, è risultato ben tollerato. Per usi prolungati sono segnalati effetti indesiderati quali cefalea, sonnolenza e disturbi gastrointestinali.Il ginseng indiano, inoltre, può ridurre i livelli ematici di glucosio per cui è richiesto un attento monitoraggio della glicemia soprattutto nei pazienti diabetici in terapia con ipoglicemizzanti.
Curcuma
Estratta dalla Curcuma Longa o Turmarico, è ampiamente utilizzata in India per l’effetto neuroprotettivo, anti-infiammatorio, antiossidante e di inibizione della sintesi e dell’aumento della clearance della beta-amiloide.
Sono stati condotti finora pochi studi clinici e con scarsa numerosità statistica in pazienti con AD, per cui allo stato non vi è documentata evidenza di afficacia clinica in questi casi.
NUTRIENTI-VITAMINE
Vitamina E,B12,B6,Ac.folico,Ac.alfa lipoico
Un’ampia varietà di sostanze antiossidanti e scavenger dei radicali liberi, come le vitamine E,B12,B6, l’ac.folico e l’ac.alfa lipoico ( è una vitamina anfipatica che partecipa a diversi meccanismi anti-ossidativi quali la rigenerazione del glutatione ridotto –GSH e dell‘acido ascorbico o vit.C.), assunte isolatamente o in combinazione, sono state proposte per la prevenzione ed il trattamento della malattia di Alzheimer e per il miglioramento delle funzioni cognitive in pazienti con e senza demenza. Una recente revisione Cochrane non ha evidenziato, complessivamente, alcuna sicura efficacia clinica . Un recente lavoro pubblicato su Jama (Dysken et al, 2014) ha riproposto il tema dell’efficacia della vitamina E nel rallentare la progressione della malattia di Alzheimer anche in pazienti con malattia di Alzheimer lieve-moderata. Si tratta di un Trial randomizzato in doppio cieco vs placebo in 613 pazienti con AD di grado lieve- moderato.I pazienti sono stati randomizzati ai seguenti Trattamenti : 152 alfatocoferolo 2000 UI/d; 155 memantina 20 mg ; 154 combinazione memantina + alfatocoferolo; 152 placebo. Sono stati valutati i seguenti parametri di efficacia: ADCS-ADL, test cognitivi, stress e burden caregiver. Il periodo di Follow up è stato di 2.2 anni. Il trattamento con vitamina E rallenta il declino funzionale vs placebo e riduce il tempo dedicato dal caregiver alla cura del malato: Non differenze nel gruppo in trattamento con memantina , da sola o in combinazione con vitamina E. Minor eventi avversi di vitamina E vs memantina. L’assunzione di queste vitamine, ai dosaggi abituali per via orale, è raramente associata ad effetti avversi immediati. Ad alte dosi, sono possibili eventi avversi ( es. alte dosi di Vit.E possono causare disturbi emorragici) ed interferenze con l’uso di altri farmaci (es.Vit E. con anti-emorragici ed anti-aggerganti piastrinici, radio e chemioterapia; Vit.B12 con metformina, inibitori della pompa protonica ed anti-H2 agonisti) .
Acetil-L-carnitina
L’acetil-L-carnitina è strutturalmente correlata all’acetilcolina e si ritiene che possa agire come suo analogo nei pazienti con malattia di Alzheimer. Derivato dall’aminoacido Lcarnitina funziona in maniera sinergica con ALA nel trasporto dei gruppi acetile e nel trasporto degli acidi grassi poliinsaturi all’interno dei mitocondri. Una metanalisi condotta su 21 studi randomizzati controllati contro placebo della durata da tre mesi a un anno ha documentato la sua efficacia a dosaggi compresi tra 1.5 e 2 mg/d nel migliorare il profilo cognitivo ai test o rallentare il declino cognitivo in pazienti affetti da demenza e MCI (Montgomery,Thal et al, 2003). Una revisione Cochrane del 2003 non ha viceversa evidenziato alcun beneficio dell’acetil-L-carnitina nei confronti della demenza. Somministrata per via orale, l’acetil-L-carnitina è generalmente ben tollerata, sebbene possa causare nausea, vomito, disturbi gastrointestinali ed agitazione. Uno dei suoi metaboliti può essere responsabile della comparsa di odore di pesce nelle urine, nel respiro e nel sudore. L’acetil-L-carnitina dovrebbe essere utilizzata con cautela nei pazienti in trattamento con warfarin.
Acidi grassi Omega-3
L’Acido Decosahexaenoico (DHA) è il principale costituente delle membrane del SNC.I livelli di DHA declinano con l’invecchiamento. Studi condotti in in modelli animali hanno evidenziatoo che gli acidi grassi omega 3 aggiunti nella dieta di topi transgenici riducono la deposizione di beta amiloide e migliorano le funzioni cognitive. Gli studi sulla efficacia della loro supplementazione tramite la dieta hanno dato luogo a risultati non univoci per cui la terapia con questi Nutrienti nella DA necessita di ulteriori studi.
DIETA
L’intervento nutrizionale nel trattamento e prevenzione delle patologie neurodegenerative, come la demenza, sembra essere una promettente strategia di forte impatto sanitario e sociale. Lo stato nutrizionale dei soggetti anziani che incorrono nell’evidenziare i segni clinici della demenza è nella maggior parte dei casi associato ad una inadeguata ed inefficace assunzione di macro e micro nutrienti di fondamentale importanze per il sostentamento delle attività anaboliche e cataboliche del Sistema Nervoso Centrale. In aggiunta, come accennato in precedenza, le patologie neurodegenerative mostrano un incremento dello stress ossidativo, un’alterata attività mitocondriale e ad uno stato cronico infiammatorio. Per tale motivo risulta estremamente importante apportare dovute correzione nutrizionale prediligendo pietanze e cibi che consentano di disinnescare lo stress ossidativo in atto e al tempo stesso forniscano un’adeguata quota di nutrienti in grado, in corso di malattia, di rallentare la progressione della patologia e di offrire un adeguato sostentamento organico.
Quali consigli e quali alimenti consumare? La migliore risposta viene data dalla comunità scientifica internazionale che trova nella Dieta Mediterranea la strada giusta per la prevenzione e il trattamento delle patologie neurodegenerative. La Dieta Mediterranea pone le basi della propria piramide su cereali, legumi, verdura, frutta, pesci di mare, olio di oliva come principale fonte di grassi e un moderato consumo di carni e vino. Non a caso gli alimenti alla base della DM offrono un sufficiente apporto di nutrienti che, da recenti studi, sono associati ad un miglior management delle patologie neurodegenerativi quali: Vitamina E, Vitamina C, Coenzima Q10, Selenio, Omega 3, vitamina B e folati .
Vitamina E
La vitamina E è nota soprattutto per le sue proprietà antiossidanti e, dato che aiuta a contrastare l’invecchiamento cellulare. Una carenza di questa vitamina può portare sensazioni di stanchezza, debolezza e difficoltà a concentrarsi. Vitamina E, quali alimenti vegetali la contengono in maggiore quantità? La vitamina E è presente soprattutto nella frutta secca e essiccata, negli ortaggi a foglia verde e nelle erbe aromatiche. Questa vitamina è un potente antiossidante che aiuta le cellule del nostro organismo a proteggersi dall'azione dei radicali liberi e dall'invecchiamento precoce. Un recente studio condotto dal Gruppo Cooperativo di Studio dell’Alzheimer (ADCS) mostra come l’integrazione di Vit. E nella dieta di soggetti affetti da forme moderatamente severe di Alzheimer riesca a rallentare la progressione della malattia.
Semi di girasole
Tra i semi della salute più ricchi di vitamina E troviamo i semi di girasole. 100 grammi di semi di girasole contengono 36,6 milligrammi di vitamina E. I semi di girasole migliori sono al naturale, non sono dunque né tostati né salati. I semi già tostati, a causa del calore, perdono infatti molte delle loro proprietà nutritive.
Mandorle
Se amate la frutta secca e siete alla ricerca di una fonte naturale di vitamina E, scegliete le mandorle. Sono perfette come snack, al naturale, oltre che sotto forma di latte vegetale. 100 grammi di mandorle contengono 26,2 milligrammi di vitamina E, circa il 175% delle dosi giornaliere raccomandate per questa vitamina. Una sola mandorla contiene 0,3 milligrammi di vitamina E.
Pinoli
I pinoli sono davvero prelibati, ma piuttosto costosi. Chi ha la fortuna di poterli raccogliere in una zona non inquinata dovrebbe approfittarne. Sono uno degli ingredienti principali per la preparazione del pesto e sono ottimi in aggiunta alle insalate e nella preparazione casalinga di torte e biscotti. 100 grammi di pinoli contengono 9,3 milligrammi di vitamina E.
Basilico
Per quanto riguarda le erbe aromatiche, il basilico è tra le più ricche di vitamina E. 100 grammi dibasilico essiccato ne contengono infatti 7,38 milligrammi, circa il 50% della dose giornaliera raccomandata. Altre erbe aromatiche ricche di vitamina E, da utilizzare di frequente per condire i propri piatti, sono la salvia, l'origano, il timo, il prezzemolo e il cumino
Olive
Le olive sono un alimento davvero versatile. Possono arricchire la preparazione del pane e delle focacce e sono uno dei condimenti preferiti per la pasta e le insalate di riso. Sono inoltre ottime per la preparazione di salse fatte in casa. 100 grammi di olive verdi contengono circa 3,81 milligrammi di vitamina E. In una sola oliva ne troviamo 1,1 milligrammi.
Spinaci
Gli ortaggi a foglia verde, come gli spinaci, sono tra le principali fonti di vitamina E che possiamo trovare direttamente nel nostro orto. Un semplice contorno composto da 100 grammi di spinaci cotti può contenere oltre 3 milligrammi di vitamina E. Non dimenticate di aggiungere spinaci sminuzzati nelle minestre e nelle zucche, oltre che di gustarli anche crudi in insalata
Cime di rapa
Tra le fonti vegetali di vitamina E, non sottovalutiamo le cime di rapa, famose soprattutto come condimento per la pasta fresca fatta in casa. 100 grammi di cime di rapa contengono 2,86 milligrammi di vitamina E (alpha-tocoferolo), una quantità che corrisponde a circa un terzo della dose giornaliera raccomandata di questa vitamina.
Vitamina C
La vitamina C (acido ascorbico) è una vitamina idrosolubile, necessaria all’ organismo per sintetizzare il collagene in grado di rinforzare le ossa, la cartilagine, i muscoli e i vasi sanguigni e favorisce l’assorbimento del ferro. L’integrazione di vitamina C alla dieta, associata alla Vit. E, può modificare il processi patologici della malattia di Alzheimer.
La vitamina C è ampiamente distribuita in natura, tuttavia può variare in funzione della specie, del grado di maturazione e delle condizioni di conservazione e trattamento prima del consumo. Gli alimenti più ricchi di vitamina C sono: alcuni frutti freschi (quelli aciduli, agrumi, ananas, kiwi, fragole, ciliegie ecc.), alcune verdure fresche (lattuga, radicchi, spinaci, broccoletti ecc.), alcuni ortaggi freschi (broccoli, cavoli, cavolfiori, pomodori, peperoni), tuberi (patate soprattutto se novelle).
Coenzima Q10
Il coenzima Q10 o ubiquinone rappresenta un elemento fondamentale per il corretto funzionamento del mitocondrio, un organello intracellulare che funge da centrale energetica. Favorendo la produzione di ATP in presenza di ossigeno, il coenzima Q10 è essenziale per mantenere una buona efficienza fisica; non è quindi un caso che esso si ritrovi in ogni cellula dell'organismo (si dice che ha distribuzione ubiquitiaria), da cui il termine ubiquinone (o vitamina Q).La concentrazione di coenzima Q10 tende a diminuire con l'invecchiamento; bassi livelli si registrano anche in presenza di particolari malattie croniche, come quelle derivanti da problemi cardiaci, morbo di Parkinson, distrofia muscolare, diabete, cancro e AIDS. Anche alcuni farmaci, come le statine utilizzate nel controllo dell'ipercolesterolemia, possono abbassare i livelli di Coenzima Q10. L’integrazione di Coenzima Q-10 in pazienti affetti da Alzheimer consente di modulare lo stress ossidativo riducendo la deposizione di placche amiloidi (Yang et al., 2010).
Ecco un elenco sintetico dei cibi che sono fonti naturali di coenzima Q10:
Carne rossa: carne di maiale e manzo (soprattutto fegato e cuore) e carne di cervo sono in assoluto gli alimenti migliori a questo proposito. Tra le carni bianche, il pollo ne contiene una quantità moderata. Attenzione però: con la frittura i livelli del coenzima scendono notevolmente; il miglior metodo di cottura per conservarlo è costituito dalla bollitura.
Olio di soia, di sesamo, di mais, di colza e di semi di cotone.
Pesce: sardine, sgombro, seppie, tonno, aringhe, salmone, merlano nero; in minori quantità anche anguilla e trota.
Semi e legumi: soia e azuki, arachidi, sesamo, pistacchi, noci, nocciole (anche tostati); in misura minore anche mandorle e castagne.
Uova: non contengono molto Q10 in termini assoluti, ma in compenso hanno un alto tenore di vitamina E che amplifica i benefici del coenzima se assunta contemporaneamente a esso.
Ortaggi: spinaci, broccoli, patate americane, peperoni, aglio, piselli, cavolfiori, carote. Il metodo di cottura migliore è anche in questo caso la bollitura, mentre quando si opta per la frittura si perde gran parte del potenziale benefico.
Frutta: fragole e arance
Selenio
Il selenio è un elemento che agisce, principalmente, come componente dell'enzima antiossidante glutatione perossidasi, che a sua volta opera insieme alla vitamina E nel prevenire i danni prodotti dai radicali liberi alle membrane cellulari.
Il selenio si concentra soprattutto negli alimenti di origine marina e nelle frattaglie. Il livello del minerale nei vegetali è invece proporzionale alla sua abbondanza nel terreno. Le famose patate al selenio vengono prodotte spargendo il minerale sul suolo al momento della concimazione. Crescendo in un ambiente ricco di selenio le patate accumulano una maggiore quantità del minerale, anche se la sua effettiva biodisponibilità ed i relativi, possibili, benefici sulla salute sono ancora poco chiari.
Il selenio presente negli alimenti sottoforma di selenioamminoacidi solforati (selenio-cisteina e selenio-metionina) è maggiormente assorbibile dei seleniti e dei selenati normalmente contenuti negli integratori alimentari. Il selenio agisce in sinergia con la vitamina E, per questo motivo i due princìpi nutritivi sono frequentemente associati negli integratori alimentari ad azione antiossidante
ACIDI GRASSI OMEGA 3
Nella categoria dei grassi polinsaturi sono comprese due importanti sottoclassi di acidi grassi: gli Omega-3 e gli Omega-6. Gli olii vegetali sono ricchi di acidi grassi Omega-6 e molti europei ne assumono, senza rendersi conto, grandi quantità attraverso l’alimentazione. D’altro canto, gli acidi grassi Omega-3 generalmente mancano nella nostra dieta. Questi si trovano nel pesce, nei crostacei, nel tofu, nelle mandorle e nelle noci, come anche in alcuni olii vegetali come l’olio di semi di lino, l’olio di nocciole e l’olio di colza. Gli Omega-3 hanno un effetto benefico sulla salute cardiovascolare. Un’altra affascinante area di ricerca sugli acidi grassi Omega-3 riguarda il loro ruolo sulle funzioni cerebrali e su quelle visive; alcune ricerche suggeriscono infatti che questi acidi grassi potrebbero avere un ruolo nella prevenzione della degenerazione maculare, una comune forma di cecità, e avere effetti benefici in alcune patologie depressive. Le ricerche stanno attualmente studiando l’effetto degli Omega-3 sul sistema immunitario e rivelano un ruolo positivo di questi acidi grassi nei casi di artrite reumatoide, asma, lupus, malattie renali e cancro.
In conclusione, una ampia serie di studi e metanalisi supportano la nozione che una maggiore aderenza alla dieta mediterranea sia associata con un rallentamento del declino cognitivo e minor rischio di sviluppare Malattia di Alzheimer. ( Lourida et al, Epidemiology 2013 e Feart et al , Proc Nutr Soc 2013)
AROMATERAPIA
L'aromaterapia può essere considerata un ramo della fitoterapia che usa gli olii essenziali, ossia le sostanze volatili e fortemente odoranti delle piante.Essa può avere un importante ruolo nell'affrontare i problemi di comportamento nelle persone affette da demenza. Studi clinici riportano un effetto favorevole per via olfattiva ( aromaterapia ambientale) o dermica (applicazione locale e massaggi), migliorando l’ agitazione,l’ insonnia ed il comportamento asociale..In particolare, benefici effetti sono stati ottenuti utilizzando l’olio di lavanda ,ylang ylang, patchouli , rosmarino, menta piperita, melissa , mandarino ed il balsamo di limone.
Miopatia, disfunzione erettile, nefropatia, tromboembolismo venoso. Ecco alcuni effetti collaterali non cardiovascolari delle statine, farmaci ormai diventati pietra angolare della prevenzione primaria e secondaria della malattia cardiovascolare aterosclerotica, trattati in dettaglio da una revisione della letteratura pubblicata sul British Medical Journal.
Lo dice Chintan Desai, del Johns Hopkins Ciccarone center for the prevention of heart disease di Baltimora e primo autore dell’articolo: «Più di 200 milioni di persone al mondo assumono statine, farmaci capaci di ridurre in modo significativo l’incidenza di infarto del miocardio, ictus e morte per malattie cardiovascolari».
Usate in prevenzione primaria, le statine vengono generalmente prescritte a persone asintomatiche per periodi di tempo prolungati ed è quindi opportuna un’attenta valutazione del rapporto tra rischi e benefici. «Oltre ai benefici, questi farmaci hanno molteplici effetti avversi non cardiovascolari e tra questi due dei più comuni sono la miopatia e il diabete» riprende l’autore. «Anche se il rischio di diabete aumenta principalmente nei soggetti che assumono dosi elevate di statine, mentre la maggior parte dei pazienti segue terapie con dosi basse o moderate» sottolinea il ricercatore, puntualizzando che altri effetti non-cardiovascolari sono la nefropatia, la disfunzione erettile, la cataratta e il tromboembolismo venoso.
Tuttavia, perché rischiare? In diverse centinaia di pazienti si sono ottenuti effetti importanti sul controllo della colesterolemia con integratori a base di riso rosso fermentato, estratto di carciofo, resveratrolo, cromo polinicotinato, acido folico, vitamina B6, vitamina B12, coenzima Q10. È ancora utile prescrivere statine?
da Obesità.it